Fabbrica chimica Arenella: una finestra triste sull’antico splendore palermitano

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Il ronzio di un insetto, il fruscio di lucertole che corrono sui ruderi e un silenzio sconfortante, che sa di abbandono. Questi sono gli unici rumori per chi coraggiosamente decida di visitare cosa è rimasto della vecchia fabbrica che costeggia l’Arenella, quartiere marinaro della periferia nord-ovest Di Palermo.

La vecchia struttura, per la gente del rione, ’A fabbrica chimica” è definita dalle testate giornalistiche una bomba ecologica, perché della storica azienda di acido citrico e tartarico, un tempo la più famosa al mondo, è rimasta solo una grande quantità ruderi, amianto e rifiuti. 

Prima degli anni Trenta un complesso di quattordici edifici in stile liberty si interponeva tra il quartiere marinaro e il cimitero dei Rotoli. L’azienda, da sola, riusciva a soddisfare il fabbisogno mondiale di acido citrico, tartarico, cremor tartaro e altri prodotti chimici industriali. Se sono in pochi a conoscerne la storia sin dai suoi albori, tanti sono al corrente dell’esistenza e dello stato di abbandono di questo complesso edilizio, troppo vasto per passare inosservato.

Storia 

La fabbrica nasce nel 1909 per iniziativa di alcuni capitalisti ebrei di nazionalità tedesca che avevano fondato a Milano la Società Anonima Fabbrica Chimica Italiana Goldenberg. È in seguito l 1915 che la fabbrica comincerà il suo percorso per guadagnarsi il primato mondiale nella produzione di acido citrico, la cui domanda cresce esponenzialmente dopo lo scoppio della guerra e la conseguente domanda di disinfettante negli ospedali. 

L’azienda dovette affrontare non pochi problemi nel corso della gestione. L’accusa più frequente era quella di un’amministrazione controllata da parte dei tedeschi e dell’esportazione clandestina di zolfo in Germania, attraverso la Svizzera. Nel 1915 una testata giornalistica chiamata “Il Babbìo” approfittò dell’accusa ricorrente per far sì che Aurelio Drago, il suo stesso direttore, diventasse uno degli amministratori della fabbrica. 

La natura del controllo tedesco dell’azienda rimane un mistero quasi per tutto il periodo di attività dell’azienda, anche dopo il bombardamento da parte di un sottomarino tedesco nel 1918, per alcuni un alibi costruito dai tedeschi, per altri frutto di un errore del comandante in carica, essendo la fabbrica riuscita ad ottenere dal governo tedesco l’esonero da eventuali bombardamenti.  

Il periodo di declino comincerà a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale, quando una politica di arresto dei prezzi della Camera Agrumaria sarà accompagnato dalla sperimentazione di metodi alternativi sintetici per la produzione di acido tartarico in Europa e negli Stati Uniti.

I tentativi di ripresa, quasi sempre fallimentari, videro costretto Alberto Lecerf, direttore della fabbrica fin dall’inizio del conflitto, a collaborare sempre di più con la mafia locale. Alla chiusura totale nel 1932 vengono lasciate sul lastrico migliaia di famiglie e mandate in rovina le piccole aziende satellite che rifornivano la produzione di materie prime.

I tentativi di recupero

Inserita nel piano di alienazione a partire dal 1965, la fabbrica è stata varie volte nominata in occasione di progetti di riqualificazione di alcune zone periferiche palermitane. Nel 1998 il Comune di Palermo si era assicurato i settantamila metri quadrati per poi rendersi conto che, a causa delle spese troppo alte, la vendita sarebbe stata l’unica soluzione. Sembrava essere accreditata la costruzione di un albergo di lusso per investimento di un imprenditore straniero.

Un altro tentativo giunge dalla Regione dieci anni dopo, con uno stanziamento di 2,8 milioni di euro per un recupero parziale. L’ultima notizia riguarda la partecipazione di una partnership tra alcuni ricercatori dell’Università di Palermo, il Cnr e la Regione Siciliana e l’Autorità Portuale ad un bando europeo per lo stanziamento di 4 milioni di euro per dieci città europee selezionate.

Le proposte sono rimaste intenzioni sempre per gli stessi motivi: l’onerosa impresa di abbattere i ruderi, tra l’altro altamente inquinati, si accompagna alla dimensione troppo vasta del luogo.

La parte di litorale che costituisce il versante nord-est della fabbrica ha per molti anni ospitato la famosa discoteca il Moro, chiusa per sovrannumero di persone durante una serata e mai riaperta per irregolarità riscontrate dai carabinieri.

Irregolarità in realtà già palesi visto il livello di inquinamento e abusivismo della struttura. Quel che resta della discoteca è solo un ulteriore rudere di una situazione disarmante alla sola vista.  

Guardando la fabbrica chimica dalla strada nuova per salire a Monte Pellegrino, quella che la gente del rione chiama “A’ prima strata”, si può osservare che l’insieme dei vecchi edifici non sia solo una struttura a margine ma un’area vastissima, un terzo di tutto il quartiere marinaro.

Sembra quasi essere colpita da una maledizione, vulnerabile solo al tempo. Il fardello che riporta oggi la fabbrica è il ricordo di una Palermo che, al tramonto del periodo di splendore della famiglia Florio, si affaccia ai nuovi processi industriali dell’Europa, riuscendo a prenderne parte ma in maniera precaria e parziale.